Gli scavi condotti dalla Soprintendenza ai BB. AA. CC. Di Catania, nell’area del c.d. “Edificio 1”, posto nell’angolo nord-orientale del sito di Santa Venera al Pozzo, ha permesso di acquisire importanti testimonianze sulle attività produttive, che in età tardo antica continuarono a interessare l’area.

Infatti i risultati delle indagini condotte hanno permesso di stabilire come, nel corso della media età imperiale, il grande complesso denominato “Edificio 1” sia stato abbandonato e come parte dei suoi ambienti abbiano accolto, successivamente, un’officina per la produzione di vasellame d’uso comune, anfore e laterizi.

Ciò è chiaramente testimoniato dal rinvenimento di tre fornaci utilizzate per la produzione di terrecotte, da numerosi utensili e piani girevoli per la realizzazione dei vasi, da scarti di produzione, ovvero da manufatti che per qualche difetto, in fase di cottura, non poterono essere utilizzati, e da diverse vasche e apprestamenti per la lavorazione dell’argilla, insieme a condutture per l’approvvigionamento dell’acqua.

Le fornaci, tutte a pianta circolare, erano del tipo a “tiraggio verticale”, dette così poiché i fumi prodotti all’interno della camera di combustione, posta in basso sotto la camera di cottura dei vasi, seguivano un percorso, appunto verticale, prima di essere dispersi all’esterno.


La forma circolare fu probabilmente adottata al fine di garantire un migliore tiraggio, necessario al raggiungimento di una temperatura omogenea all’interno delle camere di cottura, mentre l’orientamento ad occidente dei praefurnia, l’imboccatura dei forni, è stata scelta in modo da sfruttare al massimo la ventilazione presente nella zona.

Delle tre fornaci quella maggiormente conservata è la centrale. Di essa rimane l’imboccatura del praefurnium e la camera di combustione, in cui sono visibili i muretti radiali realizzati per sostenere il piano posa del carico da cuocere, che era provvisto di appositi fori per lo smaltimento dei fumi. I muri di delimitazione del praefurnium e della camera di combustione, interrati rispetto al piano di calpestio esterno, così da rendere la struttura stabile, resistente alle ripetute escursioni termiche e capace di limitare la dispersione del calore, furono realizzati con mattoni legati da malta di calce.

Un ambiente di servizio, posto alla stessa quota dell’imboccatura del praefurnium, doveva essere funzionale alle fasi di alimentazione del forno e di cottura del carico. La copertura delle fornaci, con i relativi muri di contenimento, poteva non essere fissa e venire realizzata ad ogni ciclo di cottura con materiale disponibile nelle vicinanze, fra cui, probabilmente, oltre agli scarti delle “infornate” precedenti, anche i frammenti di tegole e laterizi provenienti dalle strutture del preesistente “Edificio 1”.

Uno strato di argilla poteva infine essere steso sulla copertura e lungo i muri di contenimento per diminuirne la dispersione termica. Inoltre la camera di cottura posta alla stessa quota del piano di calpestio esterno facilitava il carico e lo scarico dei materiali da cuocere.

Le dimensioni, la quantità di laterizi rinvenuta all’interno della camera di combustione e nel vano di servizio del praefurnium, unite al ritrovamento di scarti e scorie, fa suppore, per la fornace in questione, la produzione di laterizi di vario formato e tipologia, quali mattoni anulari, rettangolari, tasselli per opus spicatum, una particolare tecnica di rivestimento murario, che prevedeva l’impiego di mattoni collocati a “spina di pesce”, tegole piane con listelli e un particolare tipo di tegola sagomata, con due lati ortogonali e uno curvo.

Delle altre due fornaci, più piccole, si conservano i praefurnia e le camere di combustione, costruite una con grandi frammenti di tegole piane con listelli, sovrapposte le une alle altre, l’altra con mattoni. Di quest’ultima, posta a sud, rimane il piano pavimentale con frammenti di tegole piane.